sabato 22 gennaio 2022

La guerra che non si ferma nemmeno...

 Una corsa lungo la poesia del 900

"Non gridate più"


Montale ci ha lasciato e su questo ipotetico autobus che percorre solo alcune tappe della bella poesia italiana è salito il maestro Giuseppe Ungaretti.

Di lui sappiamo bene quale fosse la sua tempra, la sua esclusività nello stravolgere i canonici dettami della poesia fino a quel momento delineati. Ungaretti dimostra coi suoi testi di essere un poeta avanguardista; proiettato verso una sperimentazione che fa subito sua modificando a proprio piacimento stili e punteggiature.

Una delle sue poesie più belle, che possiedono senza sforzo quella esclusiva facoltà di penetrare le umane percezioni e che ho trovato estremamente affascinante è “Non gridate più”, poesia nata dalle riflessioni scaturite dopo un bombardamento al cimitero monumentale del Verano nel 1943, durante il secondo conflitto mondiale:

Non gridate più

Cessate d’uccidere i morti,

Non gridate più, non gridate

Se li volete ancora udire,

Se sperate di non perire.

 

Hanno l’impercettibile sussurro,

Non fanno più rumore

Del crescere dell’erba,

Lieta dove non passa l’uomo.

Pochissimi versi che contengono un significato immenso.

Appare chiaro che è il dolore a parlare in questo componimento. Questo crudo sentimento che nasce come conseguenza di eventi che percuotono l’anima dell’essere vivente per il loro forte impatto emozionale. In questo caso è straziante, per Ungaretti, osservare come la crudeltà umana non si curi di ciò che dovrebbe invece rappresentare l’inviolabile, il sacro.

E tuttavia non può essere accettata una seconda morte per le anime senza più un corpo. Il dolore di Ungaretti, che della guerra ne conosce bene il volto rude, si stende lungo ogni singolo verso fino all’apice della sintonia tra la distruzione e quell’umanità che non conosce alcun rispetto per la vita e per il mondo.


mercoledì 12 gennaio 2022

Quando il mare chiama...

Una corsa dentro la poesia del novecento

 "Scendendo qualche volta"


In questo tratto di percorso Eugenio Montale ci lascia, ma prima di farlo, ci regala un’ultima poesia che ci conferma ancora – qualora ce ne fosse bisogno – quanto il suo rapporto con il mare sia intenso, intimo e sentito con questo terzo movimento della serie "Mediterraneo". anch'essa contenuta in "Ossi di Seppia", dal titolo “Scendendo qualche volta”:


Scendendo qualche volta

gli aridi greppi

ormai divisi dall'umoroso

Autunno che li gonfiava,

non m'era più in cuore la ruota

delle stagioni e il gocciare

del tempo inesorabile;

ma bene il presentimento

di te m'empiva l'anima,

sorpreso nell'ansimare

dell'aria, prima immota,

sulle rocce che orlavano il cammino.

Or, m'avvisavo, la pietra

voleva strapparsi, protesa

a un invisibile abbraccio;

la dura materia sentiva

il prossimo gorgo, e pulsava;

e i ciuffi delle avide canne

dicevano all'acque nascoste,

scrollando, un assentimento.

Tu vastità riscattavi

anche il patire dei sassi:

pel tuo tripudio era giusta

l'immobilità dei finiti.

Chinavo tra le petraie,

giungevano buffi salmastri

al cuore; era la tesa

del mare un giuoco di anella.

Con questa gioia precipita

dal chiuso vallotto alla spiaggia

la spersa pavoncella.

Chiaro l’intento di questo componimento, che intende perseguire un fine unico: la realizzazione di una soluzione intima e decisa tra la sua essenza e il mare, in un contesto che prelude a una libertà desiderata, e che si confonde con quella vastità che essa stessa esplicita fin dal primo sguardo che il poeta le dirige.

Si frappone solo la collina a dividerne il cammino. Collina pregna di stagioni uggiose che egli supera, nella brama di un incontro che rigonfia l’aria durante il suo cammino e la risacca, che poco prima era silente.

Già la vista di quel mare, nel passato, bastava a rallentare il ritmo della noia, e nella stessa pietra ai lati del percorso, individua quello slancio verso la distesa azzurra sotto il cielo, come volesse fare uso di un abbraccio nell’attesa del prossimo fruscio dell’onde.

Perfino le canne aderiscono alle docili effusioni della solida materia della terra, onorando i fossi d’acqua attraverso la loro lenta ondulazione.

E al mare, si rivolge, quando lo osserva redimere la sofferenza degli scogli e delle canne a proprio trionfo, giustificandone per questo l’immobilità. 

L’arrivo è palesato da ventate fresche di salsedine, mentre l’aria disegna anelli sul filo della salmastra superficie. E quella smarrita pavoncella, che nel tuffarsi dal vallotto risplende della sua stessa gioia per la ritrovata strada.

 


sabato 1 gennaio 2022

Le passeggiate che sanno di solitudine

Una corsa dentro la poesia del novecento

 "Meriggiare pallido e assorto"

Ed eccoci nuovamente in viaggio sul mio autobus dentro la poesia del 900. Ci fa compagnia ancora per un paio di fermate Eugenio Montale, autore che abbiamo già incontrato nel precedente appuntamento.

Questa volta ci omaggia con un’altra delle sue straordinarie poesie, tra le più antiche, dal titolo "Meriggiare pallido e assorto".

Certamente, il contenuto di questo componimento, che il poeta scrisse nel 1916, e che è contenuto nella raccolta "Ossi di Seppia", emana una latente e malinconica tristezza che si ritrova e si rispecchia nella sua inquietudine di fronte a quello che i suoi sensi traggono dagli elementi della natura.

 La scena che egli descrive inquadra un assolato giorno d’estate della sua Liguria, con parte di quegli elementi che proprio un’estate assolata, torrida e secca mette in risalto, e che egli descrive e analizza con cura e attenzione evidenziandone il peculiare carattere in ogni soggetto preso in esame: sia esso un rumore, un oggetto, oppure un essere vivente con cui condividiamo questo nostro mondo. 

Ma leggiamo insieme questo splendidi versi:

Meriggiare pallido e assorto

presso un rovente muro d'orto,

ascoltare tra i pruni e gli sterpi

schiocchi di merli, frusci di serpi.


Nelle crepe del suolo o su la veccia

spiar le file di rosse formiche

ch'ora si rompono ed ora s'intrecciano

a sommo di minuscole biche.

 

Osservare tra frondi il palpitare

lontano di scaglie di mare

mentre si levano tremuli scricchi

di cicale dai calvi picchi.

 

E andando nel sole che abbaglia

sentire con triste meraviglia

com'è tutta la vita e il suo travaglio

in questo seguitare una muraglia

che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Mi emozionano sempre le immagini che riesce a creare. Istantanee che si susseguono con armonia ad ogni frase composta, e che scandiscono il suo stato d’animo. In questo contesto d'estate che abbaglia Montale aguzza - se così si può dire - le proprie percezioni sensoriali, innestando nella natura appena esplorata le sue ansie e i propri disagi.

In un pomeriggio assolato e rovente anche quel muro, lungo il quale cammina sembra infinito, e nel silenzio, risultano amplificati il rumore dei merli e dei rettili sull’arso terreno.

Egli si perde nello scoprire quanto le pazienti formiche siano a volte confuse, ma sempre pronte a riprendere il ritmo e la strada che avevano perso nel loro lavoro e poi, quel mare lontano, che egli lo intravede sotto forma di scaglie, ma anche come cornice che orna il canto delle cicale. 

Il poeta prosegue il cammino e nel farlo, realizza come sia triste sentirsi prigioniero della propria solitudine, sotto quel muro bruciato dal sole e che in cima raccoglie dei cocci di vetro.

Evidente traspare, quanto si senta isolato e recluso lungo quel muro che non potrà mai oltrepassare e che percepisce come una limitazione alla sua libertà.