La tentazione della mimesi: l'algoritmo e il verso
Di primo impatto, la poesia generata dall'intelligenza
artificiale può sembrare un miracolo di ingegneria linguistica, di costruzione
esatta dei canoni espressivi propri di questa forma espressiva. Essa, lo
sappiamo, sfruttando enormi quantità di dati e modelli avanzati sanno combinare versi,
rime, applicare metriche, figure retoriche e campi semantici con una precisione
formale sbalorditiva. Possono perfino elaborare testi riconducibili, per stile
e assonanza, ai grandi poeti del passato quali quello di Leopardi, di Ungaretti
o di Bukowski in un batter d’occhio.
Eppure, questa abilità evidenza una distinzione fondamentale:
Il poeta vive la contraddizione, la spiritualità, il
conflitto interiore che si esprime attraverso i sentimenti e i propri sensi. La
scrittura umana nasce da un attrito esistenziale: il dolore, la gioia, il
lutto, il mistero, il tempo che segna il ritmo della vita che corre e la
consapevolezza della propria mortalità.
La poesia come ferita, non come sintesi
La grande poesia non è mai un esercizio di stile fine a sé
stesso; è una ferita aperta da cui il linguaggio prova a farsi strada. Quando
leggiamo un verso memorabile, non cerchiamo la perfezione computazionale, ma il
riconoscimento di un'anima, di uno stato o di un frammento di mondo sconosciuto
e allo stesso tempo universale.
L'intelligenza artificiale non conosce la solitudine, non ha paura della morte e non conosce il silenzio che precede l'espressione. Manca di ciò che i filosofi chiamano intenzionalità e vissuto biografico, elementi interconnessi poiché le esperienze vissute plasmano le intenzioni e le percezioni di una persona.
Per questo la poesia artificiale rischia di essere uno specchio, un simulacro bellissimo ma vuoto: una facciata barocca dietro la quale ci sono solo stanze piatte; un teatro dove nessun oratore sta raccontando storie d’amore o di sofferenza.
Tuttavia, liquidare l'IA come un semplice "generatore
di cliché" sarebbe riduttivo. Più che una minaccia per i poeti, la
tecnologia si configura come un filtro inaspettato, uno strumento attraverso
cui ragionare sul valore delle emozioni generate contro quelle nate dal nostro
animo inquieto.
A questo punto la domanda su cui riflettere con calma è:
Se un testo elaborato su misura riesce a muovere emozioni
attraverso una combinazione di parole, vuol dire forse che si sta perdendo la
cognizione naturale a favore dell’espressività piatta elaborata da macchine senz’anima?
Oppure, come spero, riscopriremo che il
vero valore della poesia risiede proprio nell'unicità, nel pulsante cuore irrazionale e nell’irrequietezza individuale che nessuna
stringa di codice potrà mai replicare?
Immagine dal web
