mercoledì 30 settembre 2026

Gabriela Silenzi

 


Nata in una rovente sera di luglio, cresce in un paese di collina tra cielo e mare. Da bambina ama leggere, cercare versi e ricopiarli su un quadernino. Insomma, qualche indizio c’era già.

Ama l’odore delle castagne e guardare gli uccelli migrare. Loro partono, lei resta. Ma con la testa, spesso, va molto lontano.

Nelle Marche, a Urbino, frequenta l’università, poi si sposa e si trasferisce in Umbria, una regione bellissima con un’unica imperdonabile mancanza: il mare. Lei, però, non si rassegna e continua a portarselo negli occhi e nel cuore.

Un giorno decide di mettere nero su bianco emozioni, immagini e silenzi. Da allora non ha più smesso.

Pubblica Carezze di vita (Intermedia Edizioni, 2020), Luce Dentro (Gambini Editore, 2022) ed Eppure esploro la fioritura dei ciliegi (Bertoni Editore, 2025).

Scrive in modo lirico ed essenziale, cercando il fruscio quasi impercettibile delle cose, i movimenti nascosti e quei piccoli inizi che compaiono proprio quando sembra tutto finito.

E il mare? Resta il suo rifugio, il luogo dove correre con la mente e, quando può, anche con il corpo, soprattutto quando la quotidianità diventa decisamente troppo quotidiana.

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Tutto è ancora vivo

 

Nella casa in collina

c’era una finestra

sui tetti e, più lontano,

sui campi coltivati

 

Oltre, una striscia di colline

al tramonto scuriva

e faceva paura

a quella bambina che ero

 

Ma, ancora più in fondo,

a destra, si scorgeva

un frammento di mare

 

Di quell’azzurro

ero innamorata

 

Fissavo l’orizzonte

e, tra le ciglia,

cercavo l’onda la schiuma

 

E mi piaceva

affogarci i sogni

ancora non nati

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Notturno

 

La tacita Luna cola luce

nel lago scuro

dove l’acqua è specchio al cielo

 

Il silenzio dilata ogni cosa

 

E io, senza sponde

evaporo

nel respiro del buio

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Fly

 

Al fiorir di luce chiara

libera dall’involucro di bruco

volo senza obbedire al vento

 

Somiglia quel cercare rosa

alla mia vertigine di terra

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lunedì 21 settembre 2026

Madonna del Soccorso - I piccoli tesori del territorio pontino

Sulla via Appia, all'ingresso di Fondi venendo da Roma, si trova la chiesetta di Santa Maria del Soccorso (nota anche come chiesa della Madonna del Soccorso). Si tratta di un edificio di culto cattolico di grande interesse storico e, oltre che per la vicinanza all’antica via, si nota subito per una ragione precisa: ha due ingressi, uno per ogni direzione di marcia e non è un caso. La Chiesa infatti, era una stazione dei Monaci Ospedalieri di San Giovanni Gerosolimitano, i quali assistevano i pellegrini lungo questo tratto della via Francigena.

L'edificio esiste almeno dalla fine del XII secolo, ma la prima descrizione scritta è del 1599. La struttura e lo stile sono riconducibili al periodo tardo-medievale, e caratterizzate da un pregevole aspetto gotico-rurale. Fonti storiche e atti pastorali ci raccontano che la chiesa sorgeva in un'area originariamente circondata da pantani e paludi, e proprio la vicinanza a queste condizioni naturali esistenti nella piana Fondana, condizionò in maniera significativa la vita del complesso nel corso dei secoli.  

Nonostante il trascorrere dei secoli e l'isolamento, la chiesetta ha tuttavia conservato i suoi tratti architettonici originari: La facciata è sobria: due arcate ogivali, un pilastro centrale e la celletta campanaria sopra il tetto a spiovente. L’interno si sviluppa a navata unica, con archi a tutto sesto e volte a crociera, rispettando la semplicità funzionale tipica delle chiese dedicate ai pellegrini. Sulle pareti interne sopravvivono frammenti d'intonaco dipinto con immagini sacre e santi protettori, pensati per offrire conforto spirituale ai viaggiatori.

Così, tra il silenzio di una piana che un tempo sapeva di paludi e l'eterno scorrere della Regina Viarum, la chiesetta di Santa Maria del Soccorso continua a compiere il suo antico destino. Non solo un monumento di pietra e fede gotico-rurale, ma un confine liquido tra i secoli: con quelle due porte spalancate in direzioni opposte, pronte a raccogliere i passi di chi andava e di chi tornava. Un rifugio silenzioso dove il tempo sembra essersi fermato, e dove i volti sbiaditi dei santi protettori vegliano ancora oggi, in eterno ascolto di chi attraversa la storia.

Versione video qui

 

domenica 20 settembre 2026

Giovanni Gulino



Giovanni Gulino nato a Ragusa nel 1990 e residente a Marina di Ragusa. Affetto da tetraparesi spastica dalla nascita. S'avvicina alla poesia a 15 anni pubblicando due libri donati a parenti ed amici "Giovi's dream" 2008",  "Gabbiani" 2012.

Consegue il diploma al liceo delle scienze sociali ex magistrale nel 2010. E' attivista, per i diritti di persone con disabilità. Nel maggio 2025 è  uscito il suo terzo libro di poesie. Frammenti di cuore: riflessioni di un aspirante poeta.

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Sul giaciglio della tua bocca


Ti ho sfiorata con un bacio
sul giaciglio della tua bocca,
colmando echi, di solitudine e silenzio.
Legato a te, come il tralcio
rimane legato alla vite,
con un soffio d'ali afferro
una tua ciocca di capelli.
Leggera danza
fra le tue labbra,
e germoglia il tuo sorriso.
Sul giaciglio della tua bocca
trasuda l'alba, d'un mattino
di fine estate.
Vivi in me, con me dentro me
incarnata nei meandri,
dei miei pensieri.
Fuorviante è lo spasimo
della mia anima, incenerita
dalla pena d'un amore,
che sa di eterno e d'infinito.

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Cuore di Poeta


Effluvio di note e colori
sul far della sera, narrano
la sinossi del cuore.
Aggrovigliato nella meraviglia
il mio cuore di poeta,
è un'esteta di bellezza.
Con un tratto di penna
orna paesaggi dell'anima,
fra silenzi ondeggianti di malinconia.
Spazza via i turbamenti
nello scorrere delle correnti marine,
il fascino non ha confine
per il cuore di un poeta.
Sul foglio ricopro una crepa
mentre la mia anima,
canta inni di lode, inneggiando pace.
Guernito di saggezza
riscopro la tenerezza,
nel sorriso tuo bambina.
Cammino per sentieri sinuosi
in compagnia delle dolenti note
sono i tuoi occhi meravigliosi.

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giovedì 17 settembre 2026

Anna Rita Mattei


Anna Rita Mattei  è un’artista poliedrica la cui sensibilità nasce dall’unione inscindibile tra musica, poesia e pittura. Diplomata in pianoforte al Conservatorio S. Pietro a Maiella di Napoli nel 1976, ha consolidato la sua carriera artistica con corsi di perfezionamento, come pianista accompagnatrice presso il Conservatorio S. Cecilia di Roma e successivamente come Docente di Musica nell'istruzione secondaria di I grado. Fin da bambina amava dipingere vincendo, a 9 anni, un concorso di pittura. 

La sua pittura, oggi, è definita un "pellegrinaggio dell’anima", si distingue per una tecnica gestuale ed emotiva: l'artista accarezza la tela dipingendo con diverse tecniche, ma quasi esclusivamente con le dita.

Unicità della produzione: Ogni opera pittorica è costantemente accompagnata da un componimento poetico originale dell'autrice, creando un'esperienza sensoriale completa che fonde immagine e parola in un dialogo volto alla ricerca di pace e introspezione.

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La lacrima del poeta

 

La lacrima del poeta

corre via come ruscello

lungo i solchi rugosi del viso

e come rugiada

si adagia gentile sul labbro

 

Lacrima dolorosa,

macchiata d’inchiostro

che come legna infuocata

scrive nell’anima fino ad arderla

di struggente passione.

 

Lacrima silenziosa,

che come piuma ondeggia,

danzando nel vuoto

della malinconia fino a perdersi

nell’estasi di un amore.

 

La lacrima del poeta..

Umile e preziosa,

come scintilla eterna si leva in cielo

e chiusa in uno scrigno divino

grida la sua vittoria.

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Vorrei essere


Vorrei essere un gabbiano

spirito sperduto in un cielo vibrante

che a colpi di ala

lascia cadere dolori inespressi

e sguardi amari.

 

Vorrei essere un gabbiano

per volare verso il sole

rubare il calore e lasciare

che scorra sull’anima

come stagno fuso.

 

Nell’oscuro cielo

la mia mente prende il volo

tra incanti misteriosi e seducenti

mentre il vento mescola anime perdute

e ricordi d’amore.

 

Sono figlia di una sbiadita speranza

salpata su una nave di ricordi,

figlia di alberi che piangono

al fuggire delle foglie,

figlia di un fiocco di neve

che si scioglie e muore.

 

Dov’è la vita che sognai !

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sabato 12 settembre 2026

Le mostre a via Margutta parlano anche di donne

Via Margutta, parallela a via del Babuino a Roma, è sempre stata una sorta di luogo sacro dell’arte. Lungo il suo corso erano allocate stalle e botteghe artigiane ed è oggi, una delle strade più caratteristiche e affascinanti di Roma. Nasce in epoca antica, non come elegante via residenziale, ma come retro del colle del Pincio, popolato da orti, botteghe di artigiani e umili dimore. 

Durante il Rinascimento la via inizia ad attrarre pittori, scultori e scalpellini stranieri - soprattutto fiamminghi e tedeschi - affascinati dalla luce della zona e dalla vicinanza a Piazza del Popolo.

Nel corso dell'Ottocento e del Novecento, la via si trasforma definitivamente in un rifugio esclusivo per artisti, poeti e registi, arricchendosi di studi d'arte, cortili nascosti e facciate ricoperte di verde vegetazione..

Oggi lungo via Margutta al civico 90 si trova la Galleria Internazionale Area Contesa Arte, luogo non solo d’arte in tutte le sue espressioni ma di aggregazione e di rifugio per coloro che proprio nell’arte amano ritrovare la propria identità e la purezza delle cose. I temi sono spesso sociali e di grande interesse, come quello imposto alla collettiva apertasi alle 18 dello scorso 11 settembre 2026: “L’arte è donna – Universo femminile”. 

Il tema ci racconta subito l’inequivocabile importanza della donna nell’arte, non solo spesso come musa ispiratrice ma soprattutto come autrice di opere d’arte di altissimo valore sostanziale, tecnico ed emozionale.

La presentazione è avvenuta a cura di Maria Teresa Zurlo la quale, gentilmente concessasi per una breve intervista ha espresso un suo pensiero. 

Tra le molte presenze in esposizione anche Anna Solovyova artista nota presso la Galleria e non solo, con due ritratti a ricamo punto croce, riproduzioni fedeli di personaggi del mondo dello spettacolo e dell’arte in generale.

Video integrale del servizio qui

venerdì 11 settembre 2026

"IL DESTINO DI UN BOMBER" di Andrea Carnevale e Giuseppe Sansonna

Uno dei miei idoli calcistici preferiti durante mia giovinezza è stato senz’altro Andrea Carnevale. Non perché io fossi tifoso del Napoli, e neanche della Roma, principali squadre di calcio in cui ha militato. In realtà, strano a dirsi, semplicemente perché la sua terra d’origine, quella di Monte San Biagio in provincia di Latina, è anche la mia. I miei genitori infatti erano entrambi originari, da qualche generazione, proprio di questo comune rurale del sud pontino. 

Quando ho saputo della pubblicazione di un libro intitolato “Il destino di un bomber” dedicato alla sua vita scritto a quattro mani con l’amico e stimato Giuseppe Sansonna, autore e regista in RAI, ho iniziato a inseguire il sogno di poterne parlare con lui attraverso un'intervista. Così, non è stato difficile intavolare una conversazione con entrambi e parlare di fatti sportivi, ma anche tragici di vita privata, di cui lo stesso Andrea ne aveva già resi noti alcuni aspetti in altre trasmissioni televisive.

Ebbene, il mio sogno si è realizzato grazie in "primis" alla disponibilità di Andrea, persona straordinaria dal punto di vista umano e di grande sensibilità e poi, grazie anche alla generosità di Giuseppe Sansonna il quale, formulata la proposta, non si è lasciato certo pregare. Insomma ne è venuta fuori una chiacchierata dove il lato umano ha prevalso su quello squisitamente formale, e volendo, anche sportivo.

L’occasione si è presentata a margine della consegna di un premio di letteratura sportiva che “Il destino di un bomber” si è aggiudicato per i suoi contenuti altamente etici, morali e fedeli al tema auspicato dal regolamento del Premio stesso. Tutto si è svolto nella splendida Corte di Palazzo Caetani a Cisterna di Latina lo scorso 9 agosto 2026, allorquando è stato decretato il vincitore della VII edizione del Premio Letterario Sportivo “Invictus”, ideato e organizzato dalla casa editrice LAB DFG allo scopo di coniugare imprese sportive e linguaggio narrativo. La cerimonia di premiazione è stata condotta dal giornalista di Rai Sport e volto noto della Nazionale Italiana di Calcio Alessandro Antinelli con cui ho avuto la possibilità di scambiare qualche battuta.

Oltre il vincitore Emanuele Atturo con “Il mito dei bomber di provincia” sono stati premiati anche gli altri quattro libri finalisti  tra i quali, con il Premio Enel, “Il Destino di un bomber” di Andrea Carnevale e Giuseppe Sansonna,  una toccante storia di vita oltre che sportiva dove a prevalere non è solo l’impresa agonistica di un ragazzo nato a Monte San Biagio negli anni sessanta e cresciuto in un clima di tensione a causa di un dramma familiare, ma anche la condizione di chi, da storie di violenza e da tragedie, può riuscire a trovare il coraggio e la forza di ricostruirsi una vita.

Andrea Carnevale ragazzo semplice del sud pontino ha continuato nonostante tutto a credere ancora che la propria strada fosse in una sola direzione rispetto a ciò che aveva visto e vissuto e oggi la racconta, convinto che serva farlo in questa nostra società, identificandola - a ragione - quale valido strumento di contrasto e di sensibilizzazione nei confronti di un fenomeno - quello del femminicidio - in costante e preoccupante crescita.

Il Destino di un bomber è un libro che fa riflettere, una storia che arriva dritta al cuore, dove Andrea sta giocando un’ulteriore partita impegnativa: quella contro la violenza. 

Video intervista visibile qui
Foto dal web

domenica 6 settembre 2026

Può l'I.A. pretendere conquiste su terreni non autorizzati?

Il rapporto tra intelligenza artificiale e poesia rappresenta uno dei territori di confine più affascinanti e dibattuti del nostro tempo. Tocca domande radicali: cosa rende umana l'esperienza artistica? Quanto e come l’IA potrà avvicinarsi all’espressione del sentimento umano?

La tentazione della mimesi: l'algoritmo e il verso

Di primo impatto, la poesia generata dall'intelligenza artificiale può sembrare un miracolo di ingegneria linguistica, di costruzione esatta dei canoni espressivi propri di questa forma espressiva. Essa, lo sappiamo, sfruttando enormi quantità di dati e modelli avanzati sanno combinare versi, rime, applicare metriche, figure retoriche e campi semantici con una precisione formale sbalorditiva. Possono perfino elaborare testi riconducibili, per stile e assonanza, ai grandi poeti del passato quali quello di Leopardi, di Ungaretti o di Bukowski in un batter d’occhio.

Eppure, questa abilità evidenza una distinzione fondamentale:

L'IA calcola ed elabora le probabilità delle parole. Il suo obiettivo è svolgere il compito assegnato, trovare insomma, la sequenza di termini statisticamente più coerente con il prompt ricevuto.

Il poeta vive la contraddizione, la spiritualità, il conflitto interiore che si esprime attraverso i sentimenti e i propri sensi. La scrittura umana nasce da un attrito esistenziale: il dolore, la gioia, il lutto, il mistero, il tempo che segna il ritmo della vita che corre e la consapevolezza della propria mortalità.

La poesia come ferita, non come sintesi

La grande poesia non è mai un esercizio di stile fine a sé stesso; è una ferita aperta da cui il linguaggio prova a farsi strada. Quando leggiamo un verso memorabile, non cerchiamo la perfezione computazionale, ma il riconoscimento di un'anima, di uno stato o di un frammento di mondo sconosciuto e allo stesso tempo universale.

L'intelligenza artificiale non conosce la solitudine, non ha paura della morte e non conosce il silenzio che precede l'espressione. Manca di ciò che i filosofi chiamano intenzionalità e vissuto biografico, elementi interconnessi poiché le esperienze vissute plasmano le intenzioni e le percezioni di una persona.

Per questo la poesia artificiale rischia di essere uno specchio, un simulacro bellissimo ma vuoto: una facciata barocca dietro la quale ci sono solo stanze piatte; un teatro dove nessun oratore sta raccontando storie d’amore o di sofferenza.

Tuttavia, liquidare l'IA come un semplice "generatore di cliché" sarebbe riduttivo. Più che una minaccia per i poeti, la tecnologia si configura come un filtro inaspettato, uno strumento attraverso cui ragionare sul valore delle emozioni generate contro quelle nate dal nostro animo inquieto.

A questo punto la domanda su cui riflettere con calma è:

Se un testo elaborato su misura riesce a muovere emozioni attraverso una combinazione di parole, vuol dire forse che si sta perdendo la cognizione naturale a favore dell’espressività piatta elaborata da macchine senz’anima? Oppure, come spero,  riscopriremo che il vero valore della poesia risiede proprio nell'unicità, nel pulsante cuore irrazionale e nell’irrequietezza individuale che nessuna stringa di codice potrà mai replicare?

Immagine dal web